L'articolista di questo album, Wolfgang Rathert, parte da un'acuta analisi del connubio tra artisticità e eccentricità, concentrato soprattutto nei grandi pianisti della cosiddetta Golden Age: specie se per eccentricità si intende quell'insieme di caratteri personali in via di progressive sparizione con gli interpreti nati fra le due guerre, più naturalmente portati verso l'oggettivita nell'interpretazione che non verso il pathos romantico. Questo nuovo, moderno concetto di artisticità fu anche quello di Friedrich Gulda, soprattutto all'inizio della sua attività, qui documentata dalle registrazioni anni cinquanta per la radio berlinese RIAS. In seguito la sua posizione classicistica, in linea con quella dei grandi interpreti che avevano cambiato la storia, da Schnabel a Backhaus e a Gieseking, inizia a stargli stretta, e lo fece talora avvicinare all'iconoclastia di un Glenn Gould, oltre che ad intraprendere una parallela carriera di jazzman. Un coraggio – questa reazione al classicismo – che non ebbe nessuno degli altri “giovani” nati dopo la prima guerra mondiale: Benedetti Michelangeli, Geza Anda, Alfred Brendel, William Kapell, Julius Katchen , Leon Fleisher.
Gulda fu uno dei talenti musicali più eccezionali della storia pianistica: a sedici anni, quando vinse il concorso di Ginevra, possedeva gia una tecnica e un repertorio impressionanti, oltre a uno stile di adamantine precisione tecnica e di controllo del suono, e una maturita intellettuale convincente in ogni tipo di musica eseguita. Tanto da persuadere la direzione di un'importantissima casa discografica di allora, la Decca, che egli fosse I'uomo giusto per un'integrale delle sonate di Beethoven. Fu indubbiamente quelle il momente classicistico di Gulda, in cui dominava ciò che il Rathert chiama “lo spirito degli anni cinquanta, il pathos paradossale dell'oggettività”. Forse non fu estraneo a questa visione del mondo, nel caso di Gulda, I'accademismo viennese della scuola di Bruno Seidlhofer.
Le registrazioni che figurano nei quattro dischi di questo album risalgono ai primi anni della carriera di Gulda, e furono effettuate negli studi dell'ente radiofonico di Berlino Ovest, la RIAS; il passaggio al CD e stato fatto dal master originale, e rispecchia a mio parere le caratteristiche di registrazione dell'epoca: abbastanza naturali e ben differenziate dinamicamente fino al mezzoforte, qualche volta aggressive e distorte nel fortissimo. Ma nel complesso molto migliori di tante altre di quel periodo.
La prima registrazione è del gennaio del 1950. Il giovane pianista non ha ancora vent'anni. La scelta dei brani rispecchia subito la varieta di interessi, compreso quello, per lui momentaneo, per il repertorio russo (tra le presenze nella sua discografia si registrano anche i Concerti di Ciaikovski e il Terzo di Prokofiev). Il giovane ha gia iniziato l'incisione delle sonate di Beethoven, e comincia ad interessarsi anche alla musica francese. La sua concezione della Sonata op. 101 è classica, severa, specie nei due tempi veloci; la pedalizzazione è scarna e il ritmo rigoroso, l'accentuazione vistosa, senza complessi. Il neoclassicismo della Suite bergamasque di Debussy gli si attaglia come un guanto; notevolissima la qualità timbrica dei piani sonori e, all’interno di una scansione anche qui rigorosa, non perde occasioni per creare inattese morbidezze, e non solo nel Clair de lune. Esemplare poi la Settima Sonata di Prokofiev, nel suo repertorio già da qualche anno (c'è un disco Decca del 1947), condotta con tempi giudiziosi (anche del Precipitato finale), calda espressivita nell'Andantino del primo movimenta e nell'Alldante caloroso, e un'attenta lettura dei colori originali: una lezione per tanti giovani pianisti “muscolari”!
Nel marzo del 1953, in alcuni giomi Gulda registra il Concerto in Do minore di Mozart, con Markevitch e l'Orchestra della RIAS, e alcuni pezzi di Debussy, oltre al Gaspard de la nuit di Ravel. È la prima incisione che abbiamo di lui di un Concerto di Mozart; altre ne seguiranno, dei dieci Concerti che egli aveva in repertorio. È un Mozart scattoso e ben articolato, deciso e autoritario, privo di mezze tinte e di suggestioni preromantiche, tocco netto e poco legato, in una scansione ritmica costante, quasi metronomica, lui e Markevitch. Nel primo movimento il pianista esegue in modo superlative la cadenza di Hummel, e negli altri due gli Eingänge dello stesso autore. Bella sonorità, espressiva, nel Larghetto, dove purtroppo per un errore forse di montaggio manca il primo quarto della battuta 67. Il Debussy dei due Preludi e degli altri due brani è di un pianismo luminoso e scintillante (specie Poissons d'or), mai troppo evanescente, e soprattutto ben dominato nei piani dinamici. Per non parlare del Gaspard, da lui registrato il mese prima per la Decca, che e un autentico capolavoro di equilibrio tra suggestioni impressionistiche e virtuosità pianistica. Anche questa è una lezione per tante velleitarie performances odierne.
Sei anni dopo, nel 1959, Gulda registra Pour le piano di Debussy, di cui ha già effettuato l'incisione per la Decca (pianismo stupefacente, specie nella Toccata), e va alla grande con Beethoven e con Chopin, autore queste molto considerato da lui nel primo periodo della sua attività, e in seguito quasi abbandonato, tranne per alcuni brani. Nel '59 egli ha già alle spalle l'incisione delle sonate beethoveniane, e si sente. La Sonata op. 109, dopo l'op. 101 di nove anni prima, arriva con una maturita diversa: il tempo e più elastico, commisurato alle tensioni della musica, la lettura del teste e delle dinamiche ancora più attenta e di più convincente realizzazione, e mancano ormai almeno qui le intemperanze virtuosistiche della prima gioventù: il Prestissimo e giustamente condotto in sei, e non in due alla breve (così è tutto più chiaro), e la terza variazione dell'Andante non e quella corsa sregolata cui spesso siamo abituati. Il virtuosismo Gulda lo sfodera giustamente nelle Variazioni op. 35 (cosiddette Eroica), ma non in quelle in Do minore, eseguite con straordinaria coerenza discorsiva, e non co me una raccolta di francobolli.
Di Chopin possono irritare forse alcune durezze nel fortissimo, dovute più alla registrazione, ma Gulda anche qui dimostra di essere maestro nel colore e nelle gradazioni dinamiche: è capace di distese mordidezze (Preludi nn. 4 e 13, ad esempio. Vedi la parte centrale del n. 13: sonorità commovente), anche se talora, almeno per mio personale giudizio certe scelte paion meno azzeccate: il Preludio n. 14, ad esempio, troppo veloce e tecnicistico, o il n. 18, troppo aggressive per un recitativo espressivo. Ma tutto ciò non modifica il giudizio globale che dobbiamo dare ad ascolti effettuati: il pianista austriaco è stato uno dei grandissirni del secolo passato, e molte cose ha continuato a suonarle da par suo fino alla fine. Purtroppo gli ha nuociuto il suo comportamento esteriore e la sua polemica, in gran parte giusta, contro l' establishment musicale internazionale.
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